"Rubiamo il più possibile”:

Testo: 

"Rubiamo il più possibile”:
le intercettazioni fra il giudice e l’addetto alle aste giudiziarie
Aste pilotate del Tribunale di Pisa , intorno a questa accusa gira l'inchiesta che ha portato a 7 arresti . Un'associazione a delinquere, secondo l'accusa che serviva anche a distrarre i fondi degli assi ereditari destinati invece allo Stato

"Dobbiamo cercare di rubare il più possibile. Se si prendono anche i fallimenti di Massa sarà una cascata di diamanti". La conversazione  fra il ragioniere di Carrara e il giudice di Pisa Roberto Bufo sintetizza un accordo “illecito”  che ha portato all’arresto di 7 persone. Le aste pilotate del tribunale di Pisa andavano avanti dal 2016 e ciò sarebbe avvenuto grazie a un sodalizio criminoso costituito dal giudice in servizio nella città toscana, da un commercialista e sua figlia, da un consulente tecnico d'ufficio e da un avvocato compiacente. Un'associazione a delinquere, secondo l'accusa, dove tutti i ruoli erano ben definiti e che serviva anche a distrarre fondi degli assi ereditari destinati invece allo Stato.

 

Gli arrestati

 

I carabinieri di Massa (Massa Carrara), coordinati dalla procura di Genova, hanno eseguito 7 ordinanze di custodia cautelare (quattro delle quali in carcere): in cella sono finiti Roberto Bufo, già pubblico ministero a Massa e ora giudice in servizio a Pisa, il commercialista carrarese Roberto Ferrandi (indagato anche per un filone rimasto a Massa) e la figlia Francesca, avvocato a Pisa dove le venivano assegnate curatele e amministrazioni di sostegno, e il giudice di pace in pensione e ora avvocato presso il foro di Pisa Oberto Cecchetti, residente in provincia di Roma. L'indagine della procura ligure ha poi letteralmente decapitato l'istituto di vendite giudiziarie di Pisa: il direttore Virgilio Luvisotti, ex consigliere regionale di An (poi nel Gruppo Misto), è finito agli arresti domiciliari insieme al suo braccio destro, Giovanni Avino. Domiciliari anche per l'architetto di Pontedera (Pisa), Luca Paglianti, dipendente della Provincia e Ctu per il Tribunale pisano.

 

Le intercettazioni

 Le intercettazioni telefoniche e ambientali, dall’aprile 2016 al gennaio 2018, sono state alla base del lavoro degli investigatori che hanno fatto ricorso anche a telecamere piazzate negli studi professionali. Nella registrazione del 14 marzo scorso, le voci di due persone sono raccolte dalle microspie piazzate dagli investigatori nello studio di Ferrandi, professionista di Carrara. Quella che sembra la spartizione di un bottino è invece una conversazione sull’eredità lasciata da un’anziana sola, una casa da mettere all’asta. Bufo esagera: “50mila di vendita, 11mila la casa di...”. Ferrandi più cauto si spaventa per la figlia, Francesca, nominata da Bufo stesso come curatore delle eredità giacenti. “No, no guarda, io non voglio sapere niente”. Però ride. Secondo gli investigatori i tre sono in combutta. La conversazione non finisce lì. Si parla del compenso di Ferrandi figlia. Bufo: “Sei, settemila sono troppi?”. Fanno i conti così, a naso. Ferrandi spiega che ci sono delle tariffe, delle regole. Le cerca sul computer. “Basta motivare, metti dei parametri minimamente oggettivi”, suggerisce. Bufo è categorico: “Scusa eh, se non va bene innanzitutto chi è che impugna? Lo Stato. Non lo saprà mai”. 

"Siamo ascoltati"

 

Qualche mese prima, il 4 ottobre 2016, i Ferrandi sono seduti uno di fronte all’altra nello studio del padre. Il padre racconta di un ritrovamento di 46mila euro in contanti in una delle case amministrate. Per gli investigatori Bufo ha chiesto dei “sopralluoghi preliminari”. Come dire: vediamo se lasciano soldi nascosti da qualche parte. Padre e figlia però hanno percezione di essere ascoltati, tanto che spengono i cellulari e li portano nell’altra stanza. Ma non sanno che nello studio sono osservati da delle telecamere nascoste. "Bisogna andare dentro a quella casa e vedere cosa c’è e cosa non c’è", dice il padre. Francesca non coglie. Chiede: "E una volta che guardiamo cosa c’è dentro?". Ferrandi non risponde a voce. Le mostra la mano e se la infila in tasca. La ragazza, secondo quanto scrivono gli investigatori, “comprese le intenzioni del padre scoppia a ridere senza però emettere versi, piegandosi in due sulla sedia”.

 

Le accuse

 

L' "affare" si baserebbe su immobili al centro di aste pilotate, fatti comprare da prestanome. Titoli, fondi e case di eredità finite sotto la custodia del tribunale gestite con l’obiettivo di lucrare il massimo possibile ai danni dell’erario e dei potenziali eredi e a beneficio di chi aveva avviato un sistema al vertice del quale c’era Roberto Bufo. Secondo l’accusa sarebbe stato il giudice di stanza a Pisa, originario di Carrara, a dare le carte e orientare a suo favore gli interessi che girano intorno agli incanti immobiliari e alla gestione dei patrimoni di incerta destinazione. Le accuse per Bufo, i Ferrandi, Cecchetti e Paglianti sono di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, alla turbativa d'asta, al peculato e al falso in atto pubblico. Mentre Luvisotti e Avino devono rispondere di corruzione in concorso. Gli investigatori hanno ricostruito che Bufo avrebbe conferito alla figlia di Ferrandi, delegato alle vendite giudiziarie, diversi incarichi di curatela delle eredità giacenti e di amministrazione di sostegno in modo da aggiudicarsi, tramite prestanome, immobili e terreni venduti all'asta a Massa.

 

Obiettivo: lucrare ai danni dell’erario 

 

Il magistrato, sfruttando il proprio ufficio pubblico e coordinando l'attività di altri professionisti che gestivano i beni, avrebbe favorito anche l'appropriazione di somme di denaro che dovevano essere restituite all'erario. In una circostanza il giudice avrebbe ottenuto anche una Mercedes Glk usata (valore di mercato 12 mila euro e sequestrata al momento dell'arresto) da Luvisotti e Avino affinché assegnasse all'Ivg di Pisa incarichi di custodia e di vendita di un maxi yacht la cui base d'asta sfiorava i 4 milioni di euro. In quella circostanza i vertici dell'istituto avrebbero anche incassato circa 300 mila euro di provvigioni per indennità di sosta del bene custodito. L'indagine, corredata anche da intercettazioni ambientali e telefoniche, ha ricostruito presunte irregolarità commesse dall'aprile 2016 a oggi e le perquisizioni eseguite presso uffici e domicili degli indagati hanno permesso di sequestrare un'"ingente documentazione probatoria" e di acquisire "tutti gli hardware e i software in uso agli arrestati".

 

Bufo: "Io c’ho l’Igv in mano"

 

Bufo non si ferma ai due Ferrandi. Nel settembre 2016 una intercettazione ambientale lo registra a parlare con l’avvocato Oberto Cecchetti del foro di Pisa, anche lui curatore. Bufo lo vuole convincere a fare il creditore fittizio. E per farlo giganteggia: «Poi io c’ho l’Igv in mano». Cecchetti casca dalle nuvole «O che c’hai?». E Bufo: «L’Igv, l’istituto vendite giudiziarie». Si riferisce alla sua amicizia con Virgilio Luvisotti, direttore degli istituti ufficio vendite giudiziarie di Pisa, Lucca, Livorno e Grosseto.

 

Aste nascoste  e senza concorrenti

 

Come scrive il Tirreno, i legami tra i personaggi sono evidenti. Infatti in un dialogo a tre del maggio 2017 tra il commercialista Ferrandi, Bufo e Cecchetti il primo annuncia di avere una “chicca”. Si tratta di un bene che interessa anche il giudice. Ma c’è un problema: andrebbe bandita un’asta da pubblicare. Bufo ha un’idea: “Non su internet, (mettiamola) sul giornale che non la legge nessuno”. Ci sono infatti dei concorrenti, si tratta di un grande terreno. Che però non sarebbero interessati per via della carenza di legna nella zona. A Bufo invece il posto pare proprio piacere. Chiede A Ferrandi una perizia. “A me mi serve, perché prima devo vederla”. Vuole capire quanto può detrarre. L’idea degli investigatori è che Bufo abbia fiutato la possibilità di usare l’immobile per una Onlus di accoglienza dei migranti, attraverso un progetto redditizio da presentare in Regione. L’affare è in divenire, ma Bufo rassicura Ferrandi: “Il compenso ci sta in cinquemila euro. Becchi qualcosa, no”.

 

Giudice sotto inchiesta anche alla Spezia

 

Il giudice Roberto Bufo è sotto inchiesta anche da parte della procura della Spezia. E' accusato di appropriazione indebita per la scomparsa di 57 mila euro dal conto corrente dell'Associazione nazionale vittime civili di guerra. La procura ha notificato al giudice in questi giorni l'avviso di chiusura indagini. Bufo era il presidente della sezione locale della onlus e avrebbe architettato, secondo l'accusa, una serie di operazioni per giustificare la fuoriuscita di denaro dalle casse dell'ente. La notizia è riportata dall'edizione spezzina del Secolo XIX. Secondo gli investigatori, Bufo avrebbe agito in concorso con due imprenditori: Noan Massimiliano Notarangelo, 37 anni, esponente di Fratelli d'Italia, e Livio Grazzini, sessantenne conosciuto come rappresentante dell'associazione Guardie ambientali d'Italia. Tra il 3 e il 17 maggio 2016, Bufo, secondo quanto riporta il quotidiano, avrebbe versato 17 mila euro per l'affitto di un appartamento mai utilizzato dall'Anvc e usato, invece, dall'associazione Centro studi giuridici e sociali', gestita dagli indagati. In più sono stati rintracciati assegni per 38.700 euro emessi tra marzo e giugno del 2016 a favore di Grazzini. Poi ci sono 2500 finiti all'associazione di volontariato 'Organizzazione per la difesa dei cittadini e dei consumatori", anche questa gestita dagli indagati.

 

 

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